Catania e la festa di Sant’Agata

Febbraio si avvicina e Catania prepara il suo cuore per uno degli eventi più importanti dell’anno: la festa di Sant’Agata.

I rioni si riempiono di luci colorate, di rumori, botti, suoni di bande e urla di gioia. Fra le vie un profumo dolciastro di mandorle zuccherate e di torrone inebria l’olfatto dei visitatori, proiettandoli in un’atmosfera eterea e guizzante.

SicilianMagpie vi farà conoscere la storia della santuzza e della sua festa, una delle più conosciute e seguite al mondo.

La storia

La giovane Agata apparteneva ad un’importante famiglia patrizia vissuta nel III secolo a Catania. Spinta da una forte vocazione, dedicò la propria vita a Dio e alla religione cristiana.

La sua spiccata bellezza attirò l’attenzione del governatore romano Quinziano, che decise di volerla prendere in moglie.

La ragazza resistette e allontanò da sé le avances rifugiandosi, ad un certo punto, nella villa palermitana di famiglia. Questo non bastò. Quinziano la scovò e la richiamò forzatamente a Catania. I suoi tentativi furono vani, Agata non vacillò mai, neanche quando il perfido governatore decise di sottoporla ad atroci martiri come il carcere e la mutilazione dei seni. Arresosi al triste destino, l’uomo decise che, se non avesse potuto amare Agata, nessun altro avrebbe dovuto godere della sua bellezza. Così, il 5 febbraio del 251, la condannò a morte gettandola all’interno di una fornace ardente. Si narra, però, che un terribile terremoto, segno di volontà divina secondo i cittadini, non portò totalmente a compimento il supplizio. Purtroppo, però, Agata morì comunque durante la notte a causa delle atroci ferite.

Quinziano, mosso dalla collera, decise di appropriarsi dei beni della giovane ma, nei pressi del fiume Simeto, i suoi cavalli impazzirono gettandolo in acqua dove morì annegato.

La festa

Catania amò la sua picciridda (bambina) fin da subito vedendo in lei non solo l’elemento divino, ma l’esempio di una città che non si piega.

Si pensa che, già un anno dopo la sua morte, i catanesi cominciarono a idolatrarla organizzando delle manifestazioni in suo onore. Le origini dei festeggiamenti non sono ben note, alcuni pensano che prendano spunto da antiche feste pagane.

In realtà, ciò che somiglia di più alle attuali celebrazioni, risale al 17 agosto del 1226 quando due soldati riportarono a Catania le spoglie della Santa, trafugate nel 1040 e portate a Costantinopoli. Si narra, infatti, che i due arrivarono in mare durante la notte e i catanesi, colti nel sonno, accorsero in sottana da notte (una tunica bianca lunga fino alle ginocchia e un copricapo nero) sventolando un fazzoletto bianco per salutare la Santuzza ormai tornata a casa.

Oggi i festeggiamenti si svolgono dal 3 al 5 febbraio. Le giornate sono articolate così:

  • Il 3 febbraio ha inizio la festa con la cosiddetta processione della “luminaria”. Ad essa partecipano le cariche politiche ed ecclesiastiche della città catanese, in una sontuosa parata che procede dalla chiesa di Sant’Agata alla Fornace o carcaredda fino alla Cattedrale in piazza duomo. Preceduti dalla sfilata delle cannalore, il sindaco ed altre autorità civili ed ecclesiastiche procedono all’interno di bellissime carrozze settecentesche appartenute al Senato catanese. Da qui deriva la dialettale nomina della festa da carrozza do Sinatu.

In serata, piazza Duomo accoglie i cittadini per uno spettacolo pirotecnico mozzafiato che incanta dai bambini ai più grandi. In genere si organizzano anche concerti in onore della Santa e, in occasione dei festeggiamenti, locali di ristorazione e musei restano aperti per allettare i visitatori e i cittadini.

  • Giorno 4 febbraio Catania si prepara per il giro esterno della città. Alle prime luci del mattino, una folla di fedeli si accalca davanti alle porte della Cattedrale in attesa dell’apertura per la messa dell’aurora. Alla fine di questa, si procede con il posizionamento del busto reliquiario all’interno del fercolo. Quest’ultimo verrà trainato dai fedeli per un lungo percorso che procede da porta Uzeda, seguendo gli archi della marina e le mura della città. Sosterà, successivamente, in piazza Carlo Alberto in prossimità del Santuario della Madonna del Carmelo. Il giro continua in piazza Stesicoro dove si trovano le più importanti chiese che ricalcano le vicende del culto: Sant’Agata al Carcere e Sant’Agata alla Fornace. Si procede con la acchianata dei Cappuccini (una strada ripida che viene fatta di corsa, in tre riprese, fino a raggiungere via santa Maddalena). Qui un’altra sosta nella chiesa di Sant’Agata la Vetere, la prima costruita in onore della martire. Il giro procede per via Plebiscito e le strade dell’antico corso, preceduta dalle candelore e dai fedeli che portano sulle spalle grandi cerei, doni votivi per grazie ricevute o richieste. In prossimità del del Fortino e del Corso Indipendenza la Santuzza verrà omaggiata di sensazionali spettacoli pirotecnici. Il giro, in genere, si conclude alle prime luci del mattino con il ritorno in Cattedrale.
    • Giorno 5 febbraio la festa ha inizio con il pontificale, a cui partecipano le più importanti cariche ecclesiastiche siciliane. Si procede da via Etnea fino alla Villa Bellini, continuando per il Borgo (sosta famosissima per l’emozionante spettacolo pirotecnico) e tornando indietro fino ad arrivare ai Quattro Canti. Da qui ha inizio l’Acchianata di Sangiuliano (o salita di Via Antonino di Sangiuliano), celebre perché in passato veniva percorsa dai fedeli correndo, oggi questa usanza è stata interrotta per i numerosi incidenti avvenuti, costati la vita ad alcuni devoti. In via dei Crociferi ha inizio una delle manifestazioni più belle e suggestive dell’intera festa: da dietro i cancelli del sagrato del convento delle Clarisse, le suore intonano un dolce e commovente canto per la Santa. Dopo il fercolo torna in Cattedrale ed Agata saluta i suoi affezionati fedeli.

La festa però non si conclude qui. Otto giorni dopo, esattamente il 12 febbraio, i fedeli danno l’ultimo saluto della stagione alla Santuzza che, per l’occasione, viene trasportata per un breve giro.

Inoltre, il 17 agosto, i catanesi celebrano il ritorno in patria di Agata che, nel 1040, venne trafugata e portata a Costantinopoli.

Le Candelore

Le Candelore o cannalori sono uno dei simboli più importanti del folklore e delle festività agatine. Ma cosa sono? Le corporazioni delle arti e dei mestieri catanesi, in voto alla Patrona, costruirono queste dodici strutture in legno decorate in oro con ornamenti barocchi e floreali. Sin dalla fine di gennaio, la città si prepara alla festa, organizzando delle giocose parate in cui le candelore, trainate da uomini forzuti, “ballano” a ritmo delle entusiasmanti musiche suonate dalle bande dei quartieri.

La tradizione culinaria

Come si è precedentemente detto, durante la celebrazione della festa, Catania è inebriata da odori e sapori. Esiste una vera e propria tradizione culinaria catanese legata alla pasticceria in onore della Santa picciridda.

La città si riempie di bancarelle colorate in cui caramelle, torrone, mele caramellate, crispelle dolci e salate, calia e simenza (semi di zucca e ceci tostati), mandorle e pistacchi con zucchero fanno da padroni. Le pasticcerie, già dai primi giorni di febbraio, preparano le proprie vetrine con piccole cassate che riprendo le forme dei seni femminili, rievocando il martirio della Santa e per questo chiamate in gergo minnulicchie di Sant’Agata. Le olive in marzapane o aliveddi sono un altro dolce della tradizione. Si pensa siano ricollegata alle vicende della prigionia della Santa, secondo cui, obbligata al digiuno dai soldati di Quinziano, si cibò di alcune olive cresciute su un piccolo albero selvatico.

Martina Spampinato

Foto Rossella Gullotta

L’arte per la salvaguardia dell’ambiente

Michelangelo Pistoletto

Pistoletto e il “Terzo Paradiso”

In un periodo storico di estrema difficoltà ambientale, Catania si impone come centro artistico e di rinnovamento culturale e sociale, ospitando dall’8 giugno al 15 luglio il genio e l’estro dell’artista contemporaneo Michelangelo Pistoletto.

Il “Terzo Paradiso”, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Catania e l’associazione Oelle Mediterraneo Antico, sarà esposta su una piattaforma galleggiante al Molo di Levante, presso il Porto di Catania dalle 9.30 alle 11.00.

L’opera è stata realizzata utilizzando della plastica ritrovata nel nostro mare e disposta in modo da formare il simbolo dell’infinito con un terzo occhiello, leitmotiv dell’arte di Pistoletto.

Foto di Conci Mazzullo

Ma cos’è il “Terzo Paradiso“? E qual è la sua natura simbolica?

L’opera è stata esposta per la prima volta nel 2005 alla Biennale di Venezia e, successivamente, riproposta in altre illustri città d’Europa come Parigi, Ginevra, Milano, al fine di sensibilizzare l’umanità e dare l’avvio ad una campagna di tutela e valorizzazione dei territori.

Si stima, infatti, che il 20% della plastica da noi utilizzata venga rilasciata in mare provocando gravissimi danni all’ecosistema. Mare, pesci e lo stesso uomo sono coinvolti in questa totale discesa verso il degrado ambientale.

Il simbolo del “Terzo paradiso” è particolare ed unico nel suo genere: tre cerchi in successione, che rivisitano il matematico segno dell’infinito, simboleggiano l’unione fra la natura incontaminata e l’innovazione con al centro l’uomo che si insedia come un anello di congiunzione fra i due mondi, come il motore per la coesione e lo sviluppo unisono.

Con la sua rappresentazione Pistoletto si propone come fautore e promotore dello sviluppo non solo artistico, ma anche ambientale e sociale. Così Catania e il suo porto riflettono il fascino della contemporaneità, diventano il faro che guida il cittadino verso il rispetto per la nostra madre Terra.

Martina Spampinato

Intervista a Fabrizio Cammarata prima del Concerto allo Zò

Fabrizio Cammarata è un cantautore palermitano, vibrante come la terra da cui proviene, la Sicilia. Non fatevi ingannare dalla sua giovane età: Cammarata ha già all’attivo parecchi album in studio e vanta collaborazioni con artisti del calibro di Damien Rice e Tamikrest.

Nel 2011 la conoscenza di Chavela Vargas e il magnifico tributo del 2017 alla cantautrice messicana, “Un Mondo Raro” realizzato insieme all’amico e collega Antonio Dimartino lo portano a compiere il viaggio, fisico ed emotivo che lo cambierà per sempre. A marzo è uscito ilsuo ultimo album Lights e noi lo abbiamo incontrato in occasione del tour promozionale per parlare della sua musica, della Sicilia e del duende.

Fabrizio Cammarata, 27 aprile 2019, Zò – Catania

Intervista

1 .

Lights è un disco a cui ti leghi molto ma occorre riascoltarlo più e più volte per iniziare a percepire i particolari, i riff orientali e ispanici, il loop in dissolvenza che collega All is Brighter a Run Run Run, i respiri, i profumi, le città, quel giro armonico di Cassiopea e il riferimento alla tradizione napoletana, Timbuktu e le sfumature dei suoi simbolismi.

Sembra quasi che voglia fornire un insieme di coordinate geografiche ma al tempo stesso lasciare la massima libertà nel seguirle o meno. Il viaggio è la prima sensazione che restituisce, ma poi ti accorgi che ci sono moltissime altre commistioni tematiche. Se ne dovessi scegliere una e una sola quale sarebbe.

Prima di rispondere voglio dire qualcosa sul viaggio a cui fai riferimento: è un rimando a cui vengo associato spesso. Probabilmente, solo nel disco che precede Lights (Off Shadows, 2017) questo aspetto era meno evidente, in quel caso si trattava di un viaggio interiore.

Relativamente al Lights ho avuto una sensazione di coralità più che di viaggio e non dipende solo dalla presenza di una band abbastanza strutturata. L’accezione di coralità in questo caso l‘ho associata alla risonanza, all’empatia, tra me e chi ascolta: cercare insieme quel punto che tutti abbiamo in comune. Anche durante i live, il mio obiettivo non è mai quello di realizzare la perfomance perfetta ma cercare di creare un incontro che prescinda da tutto, dalla lingua, dalla provenienza geografica.

Non voglio che la mia musica rilassi ma neanche inquietare: voglio essere quella fiammella che tiene svegli, che scuote dentro. Quest’album è stato realizzato in maniera così concentrata da riuscire a coesistere insieme a tutto quello che lo ha circondato: pensieri, suoni, luoghi, lingue, paesi.

2.

In Of Shadow le ombre di cui parlavi le hai definite come quei luoghi dell’anima in cui preferiamo non andare, posti in cui si annidano i punti deboli, paure, porzioni di cuore immorale.

In “Run Run Run” esprimi un concetto parallelo (è più difficile rimanere fermi e leggere ciò che la nostra anima ha da dirci), come se volessi proseguire il dialogo iniziato con Of Shadow: la comodità di muoversi velocemente per avere una sensazione illusoria di cambiamento, evitando comunque di percorrere comunque le strade più interne.

Esattamente, è come quando si pensa che andare dal parrucchiere ti possa cambiare momentaneamente o spostarsi di città in città riuscire a migliorare la tua qualità di vita.

Non è così, non è in quel momento che avviene il cambiamento; può rimescolare le carte ma se tutto resta uguale, se noi restiamo uguali, saremo sempre fermi, in qualunque parte del mondo.

3.

Alcune tradizioni popolari camminano su dicotomie opposte, mischiando, anche grazie al passare del tempo, sacro e profano in maniera quasi naturale. Si può pensare ai gospel e agli spiritual, alla festa catanese di Sant’Agata, ad Hallelujah di Cohen o alle musiche tradizionali inizialmente importate con l’idea di cristianizzare i popoli ma che poi sono diventati tutt’altro.

È una riflessione che mi è venuta in mente ascoltando il testo di Rosary: un simbolo devozionale e contemplativo, un sentimento di amore puro e il rigore di una mente matematica.

Io credo di essere un’unione tra questi due mondi: il primo, più razionale ha bisogno di capire, di farsi domande e trovare le risposte e un mondo che invece chiede nient’altro che essere stupito, senza cercare alcuna spiegazione.

Amo il cielo notturno perché mi appassiona il ciclo di vita di una stella, nell’accezione astrofisica, ma al contempo adoro la fascinazione di questi elementi in un tempo remoto, in cui non esisteva alcuna spiegazione: bastava unire dei punti per dare vita a figure mitologiche, Cassiopea, Cefeo, Perseo, Andromeda. Questo è uno di quei rari casi in cui riesco a vedere i due estremi in co-presenza.

La mia religione somiglia molto a questo modo di pensare ed è grazie a questo che riesco a ottenere quel tipo di triangolazioni. In questo senso, Rosary non è l’unico esempio all’interno del disco: anche My Guitar at 4 a.m. mette in atto quel tipo di meccanismo, fingo di parlare con la mia chitarra perché interceda tra me e un interlocutore che non posso raggiungere in quel momento.

4.

La teoria dei sei gradi di separazione (sviluppata in vari contesti dagli anni ‘30 in poi) diventata famosa grazie allo psicologo americano Stalney Milgram, dimostra come due persone apparentemente agli antipodi possano essere collegate in sei passaggi. Ho pensato a questo quando ti ho sentito dire che tra Chavela Vargas e Robert Jhonson esistono molti più collegamenti di quanto si possa pensare.

Credo che quello che unisca Chavela Vargas a Robert Jhonson  sia la capacità di rendere universale un messaggio che possa prescindere dalla lingua e dal suono ma è qualcosa di totalmente sfuggente: quello che gli andalusi chiamano il duende. È un piccolo demone che si insinua nella comunicazione del cantante a sua stessa insaputa.

Quest’essere ha la capacità di aumentare il pathos, l’intensità e la capacità di penetrare tutte le altre anime che stanno insieme a lui. Io penso che sia proprio il duende che colleghi artisti così distanti tra loro. Quando, durante i miei live, canto La Llorona (un pezzo della tradizione messicana) io mi sento esattamente così, abbandonato da me stesso, smetto di esistere, anche solo per un secondo e non so più qual è il mio sesso o la mia provenienza geografica

5.

So che ti piacciono i Tinariwen, il collettivo maliano che diffonde la musica come mezzo espressivo della cultura tuareg. Per motivi di sicurezza, nel 2016 sono stati costretti a registrare il loro ultimo album, Elwan, a Taralgate, minuscola città in cui le carovane si fermano un’ultima volta prima di raggiungere Timbuktu.

Questo è un minuscolo criterio di collegamento tra te e loro. La tua Timbuktu ha un simbolismo completamente diverso da quello eppure rappresenta comunque qualcosa di urgente che spinge entrambi in quella direzione. Come vivi la libertà di movimento o di contro, le costrizioni geografiche?

È vero che per me Timbutktu è un pretesto per esprimere altro ma non è un riferimento casuale: la mia storia con questa città è reale ed è la storia di un mancato incontro. Nel 2013, sono stato invitato a partecipare al Festival Au Désert e per me fu un’enorme riconoscimento.

Avere l’opportunità di suonare nello stesso palco in si erano esibiti Robert Plant, Santana e i Tinariwen non capita tutti i giorni. Quell’anno, a causa dei fortissimi scontri provocati dagli jihadisti, alcuni dei quali tuareg (esattamente come i Tinariwen), l’evento fu prima spostato da Timbuktu al Burkina Faso e in seguito annullato, per motivi di sicurezza.

Per me quel posto resta una sorta di incompiuto, qualcosa a cui mi sono avvicinato vertiginosamente ma che non ho mai raggiunto fisicamente. Ho trasformato questo posto in una meta ideale, una terra di mezzo in cui si incontrano sogno e realtà. La traccia di Lights, Timbuktu è una lettera che tenta di ripristinare il contatto tra due luoghi che sembrano essere del tutto scollegati, il qua e il Timbuktu.

6.

Spesso, ti viene chiesto della scelta di cantare in un idioma che non è la tua lingua madre ma di fatto la musica è di per sé linguaggio non una lingua. Leggevo tempo fa un’intervista a Ferruccio Quercetti in cui descriveva perfettamente la contraddizione tra il non accettare come normale la scelta di cantare in una lingua diversa e non stupirsi invece quando si ascolta un pezzo blues o qualunque altra cosa che tragga origine da una tradizione musicale differente dalla nostra.

Eppure però, basterebbe poco ad associare il tuo modo di comporre e di scrivere alla libertà che solo una terra staccata da tutto, bagnata dal mare e aperta a ogni tipo di stimolo e contaminazione. Ti capita mai di voler arginare quest’assenza di confini, nella tua musica e nel tuo modo di vivere?

Infatti, dovrebbe essere fatta la stessa identica domanda a tutti quelli che imbracciano una chitarra elettrica o che suonano una batteria. Ci si sofferma su un particolare come la lingua che effettivamente è molto più lampante di altri particolari.

Probabilmente questo carattere di immediatezza,  al tempo stesso croce e delizia della voce, colpisce tutti istantaneamente al primo ascolto. Il nostro orecchio è più sensibile alla voce che ad altri elementi.

Io continuo a dire che non ricordo cosa mi abbia aiutato a sviluppare questa sorta di imprinting. Scrivere e cantare in una lingua che non è la mia lingua madre è un processo molto naturale per me che non fa venir meno la mia identità di siciliano o palermitano.

A questo proposito, c’è una riflessione molto complessa sull’identità siciliana, palermitana in particolare, che non emerge spesso. Quello che sto per dire potrebbe essere interpretato negativamente ma di fatto io credo che l’identità sia un po’ forzata quando si manifesta un orgoglio estremamente marcato.

La nostra è una storia fatta di tradimenti continui e per me è quasi naturale riflettere sul fatto che il mio cuore non si accenda con la musica tradizionale siciliana e palermitana. La conosco, mi emoziono con molte cose di quel genere, adoro Rosa Balistreri ma il mio cuore non parla quella lingua, perché neanche mia nonna la parlava.

Allo stesso modo, l’italiano non mi provoca un senso di appartenenza al cento per cento. La adoro come lingua, amo leggere poesie in italiano, mi emozionano molto di più che in inglese. Io credo che noi, siciliani, non abbiamo una vera e propria madre.

Il mito della llorona è un criterio di collegamento tra Sicilia e Messico: questa madre che uccide i suoi figli, annientando la sua identità e lasciandola liquida, annichilita dal dolore. Tutto sta nel trasformare questa mancanza, questo senso di abbandono, in un’opportunità: avere una casa un po’ più vuota in cui puoi mettere tutto quello che vuoi e costruire una nuova identità

Lejila Cassia

Treno del Mandorlo in Fiore 2019

Quest’anno in occasione della Festa del Mandorlo in Fiore ripartirà il Treno del Mandorlo in Fiore. La festa è molto antica e quest’anno sarà la 74ª edizione. Si svolge ad Agrigento tra 1 e 8 Marzo. La festa vuole commemorare la primavera ed è ricca di eventi.  Il Treno storico è composto da parti di antichi treni:  locomotiva degli anni ’60, carrozze del tipo ’59 -’60  e una delle famose carrozze Centoporte (anni 30) e infine dal bagagliaio a carrelli UIz.

Il treno partirà da Palermo alle 8.00 del 10 Marzo e arriverà ad Agrigento alle 11.10. Il percorso sarà:

  • Palermo Centrale alle ore 08:00
  • Bagheria alle ore 08:15
  • Termini Imerese alle ore 08:39
  • Roccapalumba-Alia alle ore 09:12
  • Cammarata-S. Giovanni Gemini  09:39
  •  Aragona Caldare alle ore 10:48
  • Agrigento Bassa alle ore 11:01
  • Agrigento Centrale alle ore 11:08

I costi previsti sono i seguenti:

  • Da tutte le fermate: € 20,00 Adulti – € 10,00  ragazzi, fino a 12 anni non compiuti
  • Da Aragona Caldare: € 3,00 Adulti e  ragazzi – senza garanzia del posto a sedere
  • Da tutte le fermate: GRATIS bambini fino a 4 anni non compiuti (senza diritto al posto a sedere)

 SUPPLEMENTI

  • Cestino Pranzo  € 7,00

Per info e prenotazioni: www.trenodoc.com