Le catacombe dei Cappuccini: il lato oscuro di Palermo

Palermo è il luogo per antonomasia del sole, della bellezza paesaggistica, dei litorali più suggestivi della Sicilia che si mescolano insieme al raffinatissimo gusto artistico del centro urbano.

Conoscete, però, il lato più oscuro e macabro? SicilianMagpie vi farà passeggiare fra i sotterranei delle Catacombe dei Capuccini.

Il complesso si erge nei sotterranei della chiesa di Santa Maria della Pace, nel cuore del quartiere Cuba.

Una ripida e buia scala conduce il visitatore in un angusto cimitero sotterraneo caratterizzato da un’aura mistica e tenebrosa. Al suo interno, più di 8000 salme mummificate vengono esposte secondo l’ordine di ceto, sesso e ruolo sociale.

Si pensa che fu progettata nel ‘500 al fine di conservare i corpi dei frati cappuccini. Negli anni, però, anche la borghesia palermitana fu attratta dal fascino di rendere immortale la gloria dei defunti, tuttavia il costo ingente dei processi di imbalsamazione rede la pratica uno status symbol.

Monaci, ricchi commercianti, ufficiali in divisa, vergini in abito da sposa, bambini in vesti da festa vengono esposti con pose disparate cercando di sfuggire all’oblio e al disfacimento della materia.

Le mummie si presentano in diversi stati di conservazione: alcune perfettamente intatte sembrano eludere il tempo, altre ormai sono corpi deformi in abiti polverosi di epoche passate.

Fra queste la più conosciuta è la salma della piccola Rosalia Lombardo. Morta nel 1920 a soli due anni per una brutta polmonite. Il padre decise di colmare il dolore dell’assenza rendendo eterna la candida bellezza della bambina. Il professore Alfredo Salafia fu assai abile nella sua opera da rendere la bambina eterna, assorta in un lungo sonno.

Attualmente la piccola col fiocco rosa in testa, soprannominata “la bella addormentata”, è rinchiusa in una teca satura di azoto al fine di evitare l’avanzamento dei segni di decomposizione.

Nel XVII secolo il luogo diventò tappa del Grand Tour in quanto non solo pezzo fondamentale della storia palermitana, ma luogo di riflessione sull’effimera permanenza dell’uomo sulla terra.

Il luogo ispirò non solo le considerazioni di grandi visitatori come Thomas Mann, ma anche l’estro di alcuni celebri artisti: Calcedonio Reina, ad esempio, realizzò la tela “Amore e Morte”, attualmente conservata a Catania nella pinacoteca del Castello Ursino. L’ossimorica rappresentazione dei due amanti all’interno delle catacombe dei cappuccini riecheggia la mitologica lotta fra “Eros e Thanatos” ovvero Amore e Morte, la potenza della vita in conflitto con l’inequivocabile destino umano.

Si consiglia la visita del luogo ai visitatori curiosi e amanti del brivido, ma anche a chi, semplicemente, vuole riflettere sulla vita e sul tempo.

Martina Spampinato

L’orecchio di Dionisio: mito e bellezza della grotta siracusana

orecchio di dionisio

Nel sud della nostra splendida isola, si erge la cittadina di Siracusa. La sua storia di domini ed egemonie la rende unica ed intrigante: greci, romani, normanni, arabi e molti altri popoli lasciarono il loro marchio nel territorio donando stupefacenti luoghi da visitare.

SicilianMagpie vi guiderà in un viaggio attraverso la storia di un luogo famoso per eccellenza: l’Orecchio di Dionisio.

Situato in un’antica cava denominata latomia del Paradiso, la grotta artificiale stupisce gli osservatori per la sua imponenza, uno scorcio suggestivo nella natura dalla particolare forma ad orecchio d’asino.

Le sue pareti in roccia calcarea sono alte oltre 23 metri e si allargano in una superficie curvilinea che varia il suo diametro dai 5 agli 11 metri. Ciò che rende unico questo scenario è la capacità di amplificazione del suono prodotta grazie alla particolare conformazione della struttura della cava.

Secondo un’antica leggenda, la nascita della grotta non fu naturale, ma voluta dal tiranno Dionisio. Egli, infatti, la utilizzava come luogo di prigionia per i nemici sfruttando la particolare conformazione e l’eco ivi prodotto. Così poteva spiare da un angolo remoto i discorsi e gli atteggiamenti dei segregati.

Le origini di questo spettacolo naturalistico e delle vicende narrate non sono ancora oggi certe. Sappiamo, però, che il luogo e le sue avvincenti storie affascinarono Caravaggio che, in viaggio a Siracusa nel 1608, battezzò il luogo con il suo attuale nome.

Ad oggi, l’Orecchio di Dionisio è uno dei posti più visitati della Sicilia Meridionale, imperdibile tappa per gli amanti dei luoghi naturalistici. Al suo interno i visitatori saranno affascinati dalla grandezza e dallo scenario a tratti tetro, ma estremamente suggestivo. Non è raro trovare nella grotta qualcuno che si diletta a cantare al fine di rendere noto per il visitatore lo spettacolo acustico che da questa ne scaturisce.

Martina Spampinato

Marsala: terra delle saline e dei tramonti più belli d’Italia.

La Sicilia Occidentale porta il vessillo dei paesaggi più rari che possano esistere nell’intero territorio. La bellezza e l’unicità del suo ambiente è adatta a chi ama confondersi con la natura, per provare sensazioni primitive ed inebrianti.

SicilianMagpie vi porterà a Marsala per scoprire la storia delle sue Saline.

Lo “stagnone di Marsala”

A pochi chilometri di distanza dal centro abitato di Marsala, terra produttrice di uno dei liquori più conosciuti in Italia, si erge una riserva naturalistica inglobata fra le quattro isole di Mozia, Isola Grande, Schola e Santa Maria. Al suo interno il mare disegna una grande laguna o “Stagnone” caratterizzata da acque basse e dalle temperature al di sopra del normale.

Il territorio, che basava la propria economia su pesca e commercio, fin da epoche antiche, venne sfruttato per la produzione di sale. Proprio nel XV secolo, per volere degli Spagnoli presenti nella regione, vennero costruiti dei mulini per il pompaggio dell’acqua e la macinazione del sale.

Ancora oggi grandi produttori di sale, come l’azienda Sosalt, operano nella zona rendendola unica nel settore.

Lo Stagnone di Marsala, però, si contraddistingue per il suo paesaggio stupefacente, a tratti etereo. Una piacevole passeggiata al tramonto può trasformarsi in una vera e propria esperienza sensoriale. I colori sono gli elementi principali che inebriano lo sguardo del visitatore: il luminoso bianco dei cumuli di sale si mescola al rosso delle acque che riflettono i raggi del sole che ormai sta per lasciar spazio alla sera. Per questo motivo, i suoi tramonti vengono considerati fra gli spettacoli naturali più suggestivi che esistano.

In onore di Expo2015, le saline di Marsala vennero dichiarate paesaggio più bello d’Italia. L’unicità della sua natura, quindi, rende questo territorio una tappa fondamentale per chi è interessato alla bellezza primordiale della Sicilia.

Martina Spampinato

Catania e la festa di Sant’Agata

Febbraio si avvicina e Catania prepara il suo cuore per uno degli eventi più importanti dell’anno: la festa di Sant’Agata.

I rioni si riempiono di luci colorate, di rumori, botti, suoni di bande e urla di gioia. Fra le vie un profumo dolciastro di mandorle zuccherate e di torrone inebria l’olfatto dei visitatori, proiettandoli in un’atmosfera eterea e guizzante.

SicilianMagpie vi farà conoscere la storia della santuzza e della sua festa, una delle più conosciute e seguite al mondo.

La storia

La giovane Agata apparteneva ad un’importante famiglia patrizia vissuta nel III secolo a Catania. Spinta da una forte vocazione, dedicò la propria vita a Dio e alla religione cristiana.

La sua spiccata bellezza attirò l’attenzione del governatore romano Quinziano, che decise di volerla prendere in moglie.

La ragazza resistette e allontanò da sé le avances rifugiandosi, ad un certo punto, nella villa palermitana di famiglia. Questo non bastò. Quinziano la scovò e la richiamò forzatamente a Catania. I suoi tentativi furono vani, Agata non vacillò mai, neanche quando il perfido governatore decise di sottoporla ad atroci martiri come il carcere e la mutilazione dei seni. Arresosi al triste destino, l’uomo decise che, se non avesse potuto amare Agata, nessun altro avrebbe dovuto godere della sua bellezza. Così, il 5 febbraio del 251, la condannò a morte gettandola all’interno di una fornace ardente. Si narra, però, che un terribile terremoto, segno di volontà divina secondo i cittadini, non portò totalmente a compimento il supplizio. Purtroppo, però, Agata morì comunque durante la notte a causa delle atroci ferite.

Quinziano, mosso dalla collera, decise di appropriarsi dei beni della giovane ma, nei pressi del fiume Simeto, i suoi cavalli impazzirono gettandolo in acqua dove morì annegato.

La festa

Catania amò la sua picciridda (bambina) fin da subito vedendo in lei non solo l’elemento divino, ma l’esempio di una città che non si piega.

Si pensa che, già un anno dopo la sua morte, i catanesi cominciarono a idolatrarla organizzando delle manifestazioni in suo onore. Le origini dei festeggiamenti non sono ben note, alcuni pensano che prendano spunto da antiche feste pagane.

In realtà, ciò che somiglia di più alle attuali celebrazioni, risale al 17 agosto del 1226 quando due soldati riportarono a Catania le spoglie della Santa, trafugate nel 1040 e portate a Costantinopoli. Si narra, infatti, che i due arrivarono in mare durante la notte e i catanesi, colti nel sonno, accorsero in sottana da notte (una tunica bianca lunga fino alle ginocchia e un copricapo nero) sventolando un fazzoletto bianco per salutare la Santuzza ormai tornata a casa.

Oggi i festeggiamenti si svolgono dal 3 al 5 febbraio. Le giornate sono articolate così:

  • Il 3 febbraio ha inizio la festa con la cosiddetta processione della “luminaria”. Ad essa partecipano le cariche politiche ed ecclesiastiche della città catanese, in una sontuosa parata che procede dalla chiesa di Sant’Agata alla Fornace o carcaredda fino alla Cattedrale in piazza duomo. Preceduti dalla sfilata delle cannalore, il sindaco ed altre autorità civili ed ecclesiastiche procedono all’interno di bellissime carrozze settecentesche appartenute al Senato catanese. Da qui deriva la dialettale nomina della festa da carrozza do Sinatu.

In serata, piazza Duomo accoglie i cittadini per uno spettacolo pirotecnico mozzafiato che incanta dai bambini ai più grandi. In genere si organizzano anche concerti in onore della Santa e, in occasione dei festeggiamenti, locali di ristorazione e musei restano aperti per allettare i visitatori e i cittadini.

  • Giorno 4 febbraio Catania si prepara per il giro esterno della città. Alle prime luci del mattino, una folla di fedeli si accalca davanti alle porte della Cattedrale in attesa dell’apertura per la messa dell’aurora. Alla fine di questa, si procede con il posizionamento del busto reliquiario all’interno del fercolo. Quest’ultimo verrà trainato dai fedeli per un lungo percorso che procede da porta Uzeda, seguendo gli archi della marina e le mura della città. Sosterà, successivamente, in piazza Carlo Alberto in prossimità del Santuario della Madonna del Carmelo. Il giro continua in piazza Stesicoro dove si trovano le più importanti chiese che ricalcano le vicende del culto: Sant’Agata al Carcere e Sant’Agata alla Fornace. Si procede con la acchianata dei Cappuccini (una strada ripida che viene fatta di corsa, in tre riprese, fino a raggiungere via santa Maddalena). Qui un’altra sosta nella chiesa di Sant’Agata la Vetere, la prima costruita in onore della martire. Il giro procede per via Plebiscito e le strade dell’antico corso, preceduta dalle candelore e dai fedeli che portano sulle spalle grandi cerei, doni votivi per grazie ricevute o richieste. In prossimità del del Fortino e del Corso Indipendenza la Santuzza verrà omaggiata di sensazionali spettacoli pirotecnici. Il giro, in genere, si conclude alle prime luci del mattino con il ritorno in Cattedrale.
    • Giorno 5 febbraio la festa ha inizio con il pontificale, a cui partecipano le più importanti cariche ecclesiastiche siciliane. Si procede da via Etnea fino alla Villa Bellini, continuando per il Borgo (sosta famosissima per l’emozionante spettacolo pirotecnico) e tornando indietro fino ad arrivare ai Quattro Canti. Da qui ha inizio l’Acchianata di Sangiuliano (o salita di Via Antonino di Sangiuliano), celebre perché in passato veniva percorsa dai fedeli correndo, oggi questa usanza è stata interrotta per i numerosi incidenti avvenuti, costati la vita ad alcuni devoti. In via dei Crociferi ha inizio una delle manifestazioni più belle e suggestive dell’intera festa: da dietro i cancelli del sagrato del convento delle Clarisse, le suore intonano un dolce e commovente canto per la Santa. Dopo il fercolo torna in Cattedrale ed Agata saluta i suoi affezionati fedeli.

La festa però non si conclude qui. Otto giorni dopo, esattamente il 12 febbraio, i fedeli danno l’ultimo saluto della stagione alla Santuzza che, per l’occasione, viene trasportata per un breve giro.

Inoltre, il 17 agosto, i catanesi celebrano il ritorno in patria di Agata che, nel 1040, venne trafugata e portata a Costantinopoli.

Le Candelore

Le Candelore o cannalori sono uno dei simboli più importanti del folklore e delle festività agatine. Ma cosa sono? Le corporazioni delle arti e dei mestieri catanesi, in voto alla Patrona, costruirono queste dodici strutture in legno decorate in oro con ornamenti barocchi e floreali. Sin dalla fine di gennaio, la città si prepara alla festa, organizzando delle giocose parate in cui le candelore, trainate da uomini forzuti, “ballano” a ritmo delle entusiasmanti musiche suonate dalle bande dei quartieri.

La tradizione culinaria

Come si è precedentemente detto, durante la celebrazione della festa, Catania è inebriata da odori e sapori. Esiste una vera e propria tradizione culinaria catanese legata alla pasticceria in onore della Santa picciridda.

La città si riempie di bancarelle colorate in cui caramelle, torrone, mele caramellate, crispelle dolci e salate, calia e simenza (semi di zucca e ceci tostati), mandorle e pistacchi con zucchero fanno da padroni. Le pasticcerie, già dai primi giorni di febbraio, preparano le proprie vetrine con piccole cassate che riprendo le forme dei seni femminili, rievocando il martirio della Santa e per questo chiamate in gergo minnulicchie di Sant’Agata. Le olive in marzapane o aliveddi sono un altro dolce della tradizione. Si pensa siano ricollegata alle vicende della prigionia della Santa, secondo cui, obbligata al digiuno dai soldati di Quinziano, si cibò di alcune olive cresciute su un piccolo albero selvatico.

Martina Spampinato

Foto Rossella Gullotta

Il castello di Donnafugata: storia ed incanto a Ragusa.

Ognuno di noi, sin da piccolo, ha immaginato di essere il principe o la principessa di un lussuoso castello, circondato da luccichii e sfarzi. SicilianMagpie realizzerà questo sogno facendovi scoprire le meraviglie del castello di Donnafugata.

Storia e mito

A circa 15 km dalla città di Ragusa, il catello di Donnafugata ammalia l’osservatore per l’imponenza e la bellezza della sua struttura neogotica.

L’origine del suo nome non è ben chiara, diverse sono le ipotesi articolate: si narra si colleghi alle vicende della regina Bianca di Navarra che, vedova del re Martino I D’Aragona, venne imprigionata dal conte Bernardo Cabrera, ossessionato dalla sua bellezza e dalla possibilità di aspirare al trono di Sicilia. La donna riuscì a fuggire dalle grinfie dell’oppressore e le vicende della “ronna fugata” o “donna fuggita” donarono il nome a questa zona.

Altri affermano che il termine derivi dall’arabo “ عين الصحة” o Ayn al-Ṣiḥḥat ovvero “fonte della salute” che in siciliano diviene “ronnafuata” da cui prende spunto l’attuale denominazione.

La costruzione è databile intorno al XIV secolo per volere della famiglia Chiaramonte, conti di Modica. Fino al ‘700 le notizie storiche sono incerte, tutte basate sulle leggende popolari del luogo sulla regina Bianca di Navarra e sul conte Bernardo Cabrera.

Successivamente, nel 1648, divenne la masseria fortificata di Vincenzo Arezzo-La Rocca, barone di Serri. Le modifiche più evidenti si ebbero nell’800 per volere del barone Corrado Arezzo, uomo eclettico e dal raffinato gusto artistico.

Seguirono anni di incuria in cui l’edificio restò totalmente abbandonato a sé stesso. Solo nel 1982 il comune di Ragusa lo acquistò e, dopo numerosi lavori, permise la fruibilità ai visitatori.

Struttura del Castello di Donnafugata

La magnificenza del Castello di Donnafugata è percepibile sin dalla visione del maestoso giardino. Esso, infatti, si estende per oltre 8 ettari e si pensa che, in passato, fosse caratterizzato da numerosissime specie di piante provenienti da tutto il mondo. La particolarità di questo consiste nelle “distrazioni” sparse fra il verde: grotte artificiali con stalattiti finte, un tempietto circolare, un coffee house per il ristoro degli ospiti e il particolarissimo labirinto in pietra.

La struttura dai tratti neogotici, presenta un ingresso arricchito con merli e piccole colonne con capitelli decorati. Attraverso questo, si può accedere ai sontuosi interni: tre piani con 120 stanze dagli arredi lussuosissimi.

Il contesto architettonico e la maestosità degli interni hanno ispirato numerosi scrittori e registi: Luchino Visconti girò alcune scene del film “Il Gattopardo” (tratto dal celebre romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa), il celebre salone del biliardo fu sede di alcuni frame del film “I Vicerè” (tratto dall’omonimo romanzo di De Roberto), la terrazza venne utilizzata come ambientazione per un episodio della serie “Il commissario Montalbano” che trae spunto dalla penna del maestro Camilleri, etc.

Il visitatore che si introdurrà in questo magnifico luogo avrà la possibilità di vivere un’esperienza anacronistica e potrà immergersi nella cultura e nel gusto artistico dell’antica nobiltà siciliana. La tappa, per questo motivo, diviene imperdibile per chi ha la possibilità di visitare la zona ragusana.

Martina Spampinato

Tradizione culinaria e folklore: Palermo e i suoi mercati.

Fin da epoche antiche, la cittadina palermitana ha basato la propria economia sul commercio e sullo sfruttamento delle risorse territoriali. I mercati di Palermo, infatti, possono considerarsi il vero cuore pulsante della città, un tuffo nella storia e nella tradizione del capoluogo siciliano.

SicilianMagpie vi guiderà in questo viaggio, fra voci,odori e sapori.

Vucciria

E’ il più famoso dei mercati di Palermo. Non a caso, per la sua antica e costante attività, le voci popolari affermano che “i balati ra Vucciria ‘un s’asciucanu mai” (dal dialetto “il manto stradale della Vucciria non si asciuga mai”).

Il suo nome affonda le proprie radici nel dialetto palermitano: “vucciria“, infatti, significa “vocio”.

Essendo uno dei centri commerciali più vicini al porto, sin dal XII secolo, è stato luogo di interesse di mercenari pisani, genovesi, veneziani. La concentrazione di piccole botteghe di artigiani, bancarelle, macellerie e banchi del pesce hanno attratto i visitatori fin da epoche molto antiche.

Cucuzzeddi, pisci friscu, stigghiole, frutta di tutti i tipi, etc” sono, ancora oggi, pubblicizzati a gran voce dai commercianti del posto. Lo sviluppo gastronomica ha permesso anche l’apertura di molti locali cultori della tradizione culinaria che permettono al turista di immergersi completamente nella cultura del posto.

La Vucciria, però, cambia il suo volto al calar del sole. Nelle ore serali, infatti, si costella di locali e pub, diventando un punto di riferimento della movida palermitana.

Ballarò

E’ il più antico dei mercati di Palermo. Si irradia dai bastioni di Corso Tukory fino a via Vittorio Emanuele e via Maqueda.

I suoi “buciari“, o commercianti, sono i più conosciuti per la vendita di primizie derivanti dalle limitrofi campagne palermitane e per i cibi della tradizione cotti all’interno delle proprie botteghe o bancarelle.

In antichità era il luogo prediletto dai commercianti arabi. In esso,infatti, si potevano trovare spezie e preziose sete provenienti dai paesi medio-orientali.

Ballarò, però, non è solo tradizione culinaria. Negli ultimi anni è diventato la culla dell’arte contemporanea. Grazie al progetto “Cartoline da Ballarò“, la zona del mercato è diventata uno dei centri più celebri della street art siciliana. Artisti come Igor Scalisi Palminteri, Andrea Buglisi, Alessandro Bazan, Angelo Crazyone, Fulvio di Piazza hanno abbellito la zona Ballarò/Albergheria con dei sensazionali murales che rendono questa tappa unica ed immancabile nei tour turistici.

Il Capo

Da porta Carini a via Beati Paoli si estende uno dei più popolari mercati di Palermo: il Capo. Anch’esso di origine musulmana, diventa il luogo per eccellenza dei frati Agostiniani che risiedevano nell’omonima chiesa del quartiere. Un lungo budello di bancarelle e negozietti si allunga rendendo questo luogo folkloristico e utile per l’acquisto dei prodotti della tradizione palermitana.

Borgo Vecchio

Anch’esso uno dei mercati tipici palermitani. Le sue numerose bancarelle si collocano fra Piazza Sturzo e Piazza Ucciardone.

E’ l’unico mercato che rimane aperto fino alle ore serali, permettendo al visitatore di poter usufruire dei prodotti tipici in qualsiasi momento. Per questa sua peculiarità, è il punto di riferimento di molti giovani palermitani che si incontrano qui per cenare ed organizzare le proprie serate.

Il mercato delle pulci

Nato nel periodo del dopoguerra, il mercato delle pulci diviene il fiore all’occhiello e la testimonianza diretta della storia palermitana.

Le piccole e permanenti botteghine in lamiera costellano piazza del Papireto con particolarissimi cimeli antichi rendendo questo luogo una tappa fondamentale per il turista a Palermo.

In esso, oltre alle opere di antiquariato, possiamo trovare manifatture degli anni Sessanta e Settanta e piccoli banchi di artigiani con gioielli e altri oggetti fatti a mano.

Martina Spampinato

Santa Maria dello Spasimo: al confine con il cielo.

Avete mai visto una chiesa senza tetto, al confine con il cielo? Non c’è da sorprendersi se vi troviate nei pressi di Palermo. Nell’antico quartiere ebraico, detto la “Kalsa“, si erge una delle più suggestive opere architettoniche della zona: Santa Maria dello Spasimo.

La sua storia risale al 1509 quando Giacomo Basilicò, devoto alla Madonna, di ritorno da un viaggio a Gerusalemme, decide di finanziare la costruzione di una chiesa dedicata al dolore di Maria dinnanzi alla morte del figlio crocifisso. L’edificazione avviene in uno dei terreni di Basilicò adiacente alla vecchia porta d’ingresso della città.

La chiesa, il chiostro, il campanile, il dormitorio, il cimitero e l’orto, secondo il progetto, dovevano essere pronti entro 6 anni dal posizionamento della prima pietra. In realtà, a causa dell’ambizioso progetto e dei fondi carenti, i lavori non vengono portati a compimento lasciando, fino ai giorni nostri, una grande opera incompiuta.

Curiosa è la vicenda collegata alla committenza di un quadro destinato ad abbellire la straordinaria sede. Si narra, infatti, che nel 1516 Basilicò commissiona al celebre Raffaello Sanzio il famoso “Spasimo di Sicilia”. Successivamente, al termine dei lavori, l’opera è imballata e imbarcata in una nave che, durante il viaggio, affonda. Inspiegabilmente, però, degli uomini ritrovano la tela nelle coste di Genova in perfetto stato di conservazione. Arrivata a Palermo, é esposta fino al 1661 poiché, a causa dell’incuria e dell’abbandono della chiesa, il viceré Don Ferdinando D’Ayala decide di donare il quadro al re di Spagna. Attualmente l’opera è esposta al Museo del Prado di Madrid. Una fedele copia della tela, dipinta dall’artista siciliano Jacopo Vignerio, è visibile nella chiesa catanese di San Francesco D’Assisi all’Immacolata.

Nel 1537 un’irruenta invasione araba costringe i palermitani a cercare riparo e a fortificare la città. Anche i monaci, residenti nella struttura, trovarono sistemazione altrove, lasciando la chiesa in balia degli eventi.

Ormai sconsacrata, nei secoli successivi, Santa Maria dello Spasimo viene riutilizzata in diversi modi: nel 1582 è sede di spettacoli teatrali; nel 1634, a causa dell’epidemia di peste che si abbatte nella provincia palermitana, diviene un lazzaretto; nell’800 è ospizio e successivamente un ospedale; alla fine della Seconda Guerra Mondiale è uno dei più grandi depositi di opere d’arte.

Nel 1997 un accurato restauro permise di riutilizzare la chiesa di Santa Maria dello Spasimo come sede del BRASS, scuola di jazz palermitana.

Il visitatore, che avrà l’opportunità di addentrarsi nella struttura, sicuramente sarà travolto dallo stupore e dalla maestosità. Non solo per la magnificenza architettonica, ma per la possibilità di osservare la compenetrazione dell’operato umano e della natura. All’interno della navata principale, infatti, degli alberi allungano i propri rami verso la parte superiore della struttura priva di tetto. Si crea, così, una stretta connessione fra la terra e il cielo. Le vibrazioni che il luogo emana sembrano generare una connessione fra una realtà terrena e una spiritualità eterea.

Martina Spampinato

La “nobilissima civitas” di Tindari

tindari

Nei pressi di Patti, paesino del messinese, si erge un promontorio a picco sul mar Tirreno nella cui cima si radica la piccola cittadina di Tindari.

La natura che fa da cornice al centro abitato è particolare ed unica nel suo genere. Ai piedi dell’altura troviamo la spiaggia di Marinello che si allarga e restringe influenzata dalle maree. Poco distante dalle acque cristalline, su un costone, si trova una grotta che, secondo una leggenda, era abitata da una maga che sfogava le proprie ire affondando le dita nelle rocce, proprio a questo sono ricollegati i numerosi fori presenti.

Le origini di Tindari sono antiche: diventa colonia greca nel 396 a.C. per volere di Dionisio I e prende il suo nome da Tindaro, re di Sparta.

Nel 256 a.C., durante la battaglia di Tindari, i Romani conquistano il territorio sancendo la fine dell’egemonia cartaginese nel territorio. Diventa colonia romana nel 36 a.C. e Cicerone la descrive come una “nobilissima civitas”.

Il suo aspetto muta nel 535 diventando una maestosa sede bizantina, totalmente rasa al suolo nell’836 per mano degli Arabi.

Passeggiando fra le strette vie, nel punto più alto del promontorio, vecchia sede dell’acropoli, si erge il Santuario della Madonna di Tindari. Al suo interno, scolpita in legno di cedro, si trova una particolarissima Madonna nera assisa su un trono con il bambino in grembo. Ai piedi della statua un’iscrizione, che riprende il “Cantico dei cantici”, afferma “Nigra sum sed formosa” giustificando la particolare scelta artistica e stilistica che la rende unica nel suo genere. Tra il 7 e l’8 settembre si celebra, secondo le tradizioni marinare e liturgiche, la festa in onore alla vergine o “Matri ‘u tinnaru”.

La città antica è racchiusa in un’area archeologica ancora oggi ben conservata. Le mura di cinta, risalenti al III secolo a.C., si estendono per quasi 3 km in una doppia cortina in pietra arenaria.

Il maestoso Teatro Greco di Tindari, invece, risale al IV secolo a.C. Sfruttando la grande conca nella collina, la sua platea può ospitare più di 3000 spettatori. In epoca romana viene modificato al fine di poter ospitare i giochi dell’Anfiteatro.

Tindari fu musa ispiratrice di alcuni scrittori: Andrea Camilleri ambienta un’avventura di Montalbano in questa terra. “La gita a Tindari” è anche uno dei più noti episodi dell’omonima serie televisiva. È luogo felice d’infanzia per Salvatore Quasimodo che in “Vento a Tindari” lo ricorda con nostalgia e tristezza. Mito, cultura, arte e bellezza paesaggistica rendono unico e pittoresco questo piccolo borgo, tappa imperdibile per chi viaggia nei pressi della costa tirrenica.

Martina Spampinato


Il “Grande Cretto”: l’opera di Burri a Gibellina

Gibellina è un piccolo paesino in provincia di Trapani il cui centro abitato sorge in una zona limitata chiamata “Gibellina Nuova”, ricostruita totalmente dopo il terremoto del belice del 1968 che rase al suolo l’intera cittadina.

Nella zona “vecchia”, attualmente inabitata, si erge una delle opere di land art più grandi al mondo: il “Grande Cretto” o “Cretto di Gibellina” ad opera dell’artista contemporaneo Alberto Burri.

Ma, prima di narrare questa fantastica storia di recupero ambientale, cerchiamo di rendere chiari alcuni concetti: che cos’è un “cretto”?

Burri si avvicina a questa tendenza artistica negli anni ’70 con l’intento di mostrare come la mano dell’artista sia un accessorio messo in secondo piano di fronte al fatalismo e al processo del tempo che modifica irrimediabilmente l’opera rendendola unica nel suo genere.

Egli, infatti, mescola prodotti come cellotex, terre bianche, colla e polveri colorate lasciando che gli agenti esterni modifichino gli impasti. Questi, successivamente, prenderanno forme particolari, simulando i terreni aridi e incolti. L’arte diventa, allora, un processo naturale, una proiezione di ciò che quotidianamente accade e che l’occhio distratto dell’uomo non nota.

Gibellina si pone alla base di questo messaggio di sensibilizzazione: le macerie compattate e riutilizzate nel “Grande Cretto” sono la metafora di una natura sconquassata, distrutta e rimasta arida ma che, comunque, può diventare simbolo di rinascita.

Il gigantesco monumento in onore della “vecchia Gibellina”, viene promosso dal sindaco Ludovico Corrao con l’intento di ricercare un riscatto post sisma che potesse ridare lustro e bellezza al territorio. Burri si recò in Sicilia di sua sponte, finanziandosi da solo il viaggio e il progetto. I lavori cominciano nel 1984 e si prolungano fino al 1989 (anche se si stima che alcuni lavori di completamento siano stati ultimati nel 2015 in onore del centenario della nascita di Burri).

Attualmente l’opera appare come una serie di fratture su un terreno cementificato, simbolo del congelamento della memoria storica e, in particolare, delle tristi vicende del terremoto del belice.

La superficie di oltre 80000 metri quadrati comprende numerose fenditure larghe dai due ai tre metri, mentre i blocchi sono alti circa un metro e sessanta.

Il percorso artistico è raggiungibile percorrendo la Strada statale 119 di Gibellina nel tratto che interseca la riserva naturale integrale Grotta di Santa Ninfa, oppure venendo dall’Autostrada A29 in direzione Mazara del Vallo.

In una vecchia chiesa, rimasta indenne dal terremoto, nel 2019, l’amministrazione comunale, guidata da Giovanni Sutera, ha promosso, con la guida dell’assessore alla cultura Tanino Bonifacio, la nascita del “Museo del Grande Cretto” in cui si rievocano le vicende e la storia della costruzione dell’opera di land art più grande al mondo.

Suggestiva resta questa storia nella memoria della Sicilia, terra mai abbattuta dalle intemperie, ma rinata plurime volte al massimo della sua bellezza. Il Cretto, infatti, è simbolo di rinascita e, citando le parole dell’assessore Bonifacio, “è un luogo di narrazione e conoscenza dove c’era vita, oggi c’è conservazione di memoria: prima era tabernacolo di morte, oggi sacrario che genera vita”.

Martina Spampinato

Punta Secca, la terra di Montalbano

“A Sicca” o Punta Secca è una piccola frazione balneare di Santa Croce Camerina. Il centro abitato si affaccia su una costa rocciosa a picco sul mar Mediterraneo. I suoi paesaggi sono romantici e suggestivi, le acque cristalline rendono questo luogo il fiore all’occhiello della provincia ragusana.

Il porto fu ambito sin da epoche antiche: Bizantini, Arabi e Normanni si contesero la piccola località marinara che basava la propria economia sul pescato e sul commercio.

Meta balneare per eccellenza, ha suggellato la sua bellezza naturalistica con la costruzione del faro borbonico nel 1857. Alto più di 35 metri la sua luce irradia le coste fino a Gela e Cava D’Aliga.

La sua recente fama è stata accreditata dalle registrazioni delle serie televisive “Il commissario Montalbano” e “Il giovane Montalbano”. Proprio qui, Salvo Montalbano, personaggio principale degli scritti di Andrea Camilleri, vive in una casa con terrazzo che si affaccia sul Mediterraneo. La villa sul mare, in realtà, in passato fu un vecchio laboratorio utilizzato per la dissalazione delle sarde. In seguito, divenne la residenza estiva della famiglia Diquattro e il luogo prediletto di celebri scrittori come Sciascia, Bufalino e Camilleri. Attualmente, la fama donata dalle registrazioni televisive, ha reso l’umile dimora una meta turistica che, in occasione di ciò, si è tramutata in un Bed and Breakfast.

Il mare, il faro, l’importanza letteraria e televisiva donano un’atmosfera eterea al luogo. Una passeggiata in questo borgo permetterà al visitatore di valicare il sottile confine tra realtà ed immaginario, catapultandosi nei luoghi descritti con realismo dalla penna del maestro Camilleri.

Martina Spampinato